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 La siepe discriminatoria della civiltà
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Inserito il - 18 luglio 2014 : 17:01:48  Link diretto a questa discussione  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Admin Invia a Admin un Messaggio Privato Aggiungi Admin alla lista amici
La siepe discriminatoria della civiltà

La siepe scorrevole di cui parla Gad Lerner nel suo articolo apparso su Repubblica del 17 luglio - una barriera mobile che separa lo Chateau Monfort, l'albergo milanese a 5 stelle, e la mensa per poveri (non solo immigrati) gestita dai francescani - ci ha subito fatto pensare a uno dei poemetti baudelairiani dello Spleen di Parigi, «Il giocattolo del povero». Anche qui l'occhio benevolo del poeta cade su un'inferriata che separa un grazioso castello battuto dal sole da uno stradone invaso dai cardi e dalle ortiche. E come dall'albergo meneghino, racconta il giornalista, ogni tanto, per evitare i morsi della coscienza, qualche cliente dedica parte della sua serata ai loro vicini bisognosi, così, nell'essenziale resoconto poetico di Baudelaire, attraverso le sbarre di una recinzione un bambino ricco, messo da parte il suo luccicante balocco, passa qualche momento del pomeriggio esaminando distrattamente il giocattolo di un bambino povero: un topolino vivo.
Due esempi, due situazioni analoghe che, sebbene riguardino epoche diverse (quella neoliberista e quella vittoriana) sono tuttavia accomunate dalla medesima condizione socio-economica discriminatoria che ogni società ispirata dal verbo utilitarista determina. Molti sono, come si intuisce, gli esempi che si potrebbero inanellare a tal riguardo. Non ultimo quello della ricostituente cortina di ferro e del muro di Berlino. In questi giorni peraltro ritorna tragicamente alla ribalta, come una sorta di pendolarità o di ritualità, dicono gli antropologi, anche quello relativo alla striscia di Gaza che separa le vittime innocenti di sempre: i bambini israeliani da quelli palestinesi. Eppure tutti quegli elementi emblematici - la siepe protettiva e divisoria, il castello che sorge come un'isola nel deserto (davvero troppe per indicarle tutte!), con i pochi abbienti da una parte e i molti indigenti dall'altra - ci rimandano altrettanto inevitabilmente a una nota vicenda biblica che funge quasi da paradigma: quella di Giobbe, la cui dimora e la cui vita - se n'era accorto per tempo hasatàn - erano protette dalla siepe che Yahweh aveva costruito tutto intorno ad esse. In fila sin dalle prime luci dell'alba dinanzi al portone principale o arrampicati lungo la resistente cancellata protettiva, gli innumerevoli indigenti, ai quali, come fanno oggi i nostri francescani milanesi, il ricco emiro arabo assimilato elargiva le sue elemosine quotidiane.
Ora, al di là delle politiche di accoglienza adottate dall'Europa o dalle singole nazioni (certamente utili a tamponare l'inarrestabile emorragia), ciò dinanzi a cui pongono tutti e tre gli esempi qui riportati è una malattia sociale. Anzi, forse, per dirla con Freud, un vero e proprio disagio della civiltà, di cui però a quanto pare nessuno, e men che meno l'Europa («sempre più munita e inaccessibile», lamenta Giovanni Tesio alla voce Accoglienza del suo essenziale sillabario), è seriamente interessato a rintracciare la causa per eliminarla alla radice. Perché sembra che purtroppo non ci si possa e che non ci si debba accontentare che di lenirne umanamente il dolore.
D'altronde, sembra suggerire il bell'articolo di Lerner, l'indifferenza che ora l'Europa mostra verso gli attuali immigrati (profughi, rifugiati politici, disperati in cerca di una speranza di vita) è ben nota: è quella stessa che in passato (diciamo a partire dal XV secolo?), per tutelare i propri interessi (economici prima ancora che ideologici o razziali, al solo fine di mantenere l'ipertrofia militare di cui si fregiava), essa dimostrò non solo verso tutte le terre colonizzate, ma anche nei confronti di popoli che chiedevano aiuto.
Eppure, nonostante tutta questa assurda lotta per la differenza e la discriminazione, malgrado l'indifferenza che ha da sempre ammorbato i popoli più civilizzati, se la mettiamo a confronto, ci suggerisce l'anima grande del poeta de Les fleurs du mal, la bianchezza dei denti dei bambini morti, ricchi o poveri che siano, continua ad essere uguale. Uguale!


Ivrea, 18 luglio 2014

Franco Di Giorgi


La siepe discriminatoria della civiltà di Franco Di Giorgi






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