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Nessuna ansia se lo schieramento non è ampio - mercoledì 11 giugno 2003 at 18:52
Caro Bertinotti,
non sono un iscritto al vostro partito ma vi seguo da vicino e sono stato anche tra i vostri elettori, anche se non fedele. Il mio voto, comunque, è rimasto sempre nell'ambito della sinistra. Ma non è solo la simpatia politica che mi spinge ad aderire alla campagna per il Sì al referendum, è proprio il merito della questione che è stata posta e su cui i cittadini sono chiamati a pronunciarsi. Trovo giustissima la frase che ho letto sui vostri manifesti: se esistono grandi e piccole imprese non esistono grandi e piccoli lavoratori o lavoratrici. Ne consegue che se va indubbiamente fatta una politica di agevolazioni per la piccola imprenditoria, questa non può comportare una differenza di diritti tra i lavoratori. Si può anche discutere sulle modalità con cui siete arrivati al referendum o sulla stessa formulazione del quesito. Certamente una legge che abbassasse a pochissime unità l'esclusione delle imprese sarebbe stata sufficiente e per alcuni forse preferibile. Ma il semplice fatto che si è cominciato a parlare di leggi al riguardo solo dopo, e non prima, che il referendum fosse indetto, la dice lunga sul carattere puramente strumentale di quelle argomentazioni. Tutto si può fare meglio, in astratto. Ho imparato che in politica la perfezione non esiste e anzi che spesso il meglio è nemico del bene. In ogni caso a metà giugno si vota e bisogna votare sì.
Il problema che mi pongo, e che le pongo, è allora questo. Come fare a convincere almeno l'intera sinistra a votare Sì. Trovo semplicemente ripugnante la scelta dell'astensione perché contraria allo spirito che dovrebbe essere sempre di partecipazione democratica alla vita del paese. Soprattutto quando la richiesta di astensione viene proprio dal presidente del Consiglio. A me pare chiaro che l'opposizione deve fare un'altra scelta. Tra il no e il sì la scelta mi sembra del tutto chiara; è Sì, perché in ogni caso da questa parte stanno gli interessi dei lavoratori. Tanto più che è possibile, e lo abbiamo visto concretamente anche qui in Toscana, convincere piccoli imprenditori e artigiani che il referendum non è contro di loro, ma serve anche per impostare un'altra politica verso le imprese minori.
Paolo Monticelli via e-mail


Caro Monticelli,
la ringrazio innanzitutto per l'apprezzamento così fortemente motivato per l'iniziativa referendaria dei prossimi 15 e 16 giugno. Nello stesso tempo avverto nelle sue parole una sincera ansia di giungere a questa scadenza con il più ampio schieramento possibile, a partire da quello della sinistra, poiché la vittoria in questa contesa può realmente segnare una riscossa sociale e civile e riaprire una stagione di affermazione dei diritti a partire dal mondo del lavoro.
Non solo, ma questa battaglia referendaria - e questo è già stato dimostrato indipendentemente dall'esito finale - contribuisce a ridefinire in positivo l'identità della sinistra nel nostro paese riportando al centro della contesa sociale, civile e politica la questione del lavoro, alquanto trascurata, per usare un eufemismo, da gran parte della sinistra stessa negli anni passati. Ed è questa una delle cause, a mio parere la principale, del declino di questa sinistra.
Quello che però va sottolineato è che, dopo tanto tempo, questa ridefinizione del profilo e dell'identità della sinistra, dei suoi contenuti ideali e programmatici, dei suoi referenti sociali non avviene attraverso un processo di sottrazione o di esclusione, ma nel segno dell'apertura e dell'unità. Questa è la forza specifica della battaglia referendaria, e lo si vede tanto sul terreno sociale che su quello politico.
Infatti l'allargamento dei diritti ai lavoratori delle piccole imprese tende a riunificare sotto questo profilo le condizioni di chi era stato diviso o addirittura contrapposto dai processi di ristrutturazione capitalistica. Nello stesso tempo un esito positivo del referendum spinge in avanti la frontiera dei diritti, la avvicina a coloro che ne sono quasi totalmente esclusi, come i lavoratori precari e con contratti atipici, permette a loro di vedere più prossima la conquista di una legislazione che garantisca a tutte e a tutti una base avanzata di uguali diritti.
In secondo luogo l'esperienza di questi mesi ci ha dimostrato che questo referendum unisce e non divide la sinistra come invece afferma un'interessata campagna contraria. Basta guardare ai fatti. quindici cittadini hanno formato un comitato promotore ed elaborato il quesito. Si sono poi rivolti a forze politiche e sindacali. Il nostro partito è stato tra i primi a rispondere positivamente, assieme ad altre forze politiche, alla Fiom e alle organizzazioni sindacali di base, che oggi costituiscono il comitato per il Sì. Ma non c'è dubbio che da allora a oggi l'arco delle forze si è enormemente allargato. La Cgil ha deciso di aderire con una decisione quasi unanime del suo comitato direttivo. E' un fatto straordinario, non abbastanza sottolineato per la sua importanza. Quando si decise il referendum sulla scala mobile, quasi una ventina di anni fa nella Cgil si provocò una spaccatura terribile, che mise a rischio di scissione il più grande sindacato italiano, a fatica ricomposta anche attraverso la mediazione dei grandi partiti di massa di allora. In questo caso nulla di questo è successo. La stessa posizione di Cofferati non ha influito più di tanto sulle decisioni della sua ex organizzazione. L'Arci ha deciso di scendere in campo in modo chiaro e diretto a favore del sì, ed anche questo era un risultato tutt'altro che scontato, ma evidentemente favorito dalla internità di questa grande organizzazione al movimento dei movimenti. Strutture territoriali e esponenti della Cisl si sono uniti alla campagna del Sì, in difformità dalle prese di posizione dei loro vertici, ma in continuità con le dichiarazioni che Cisl e Uil fecero in occasione dell'analoga campagna referendaria che si tenne nel 1990. Nel frattempo proseguono appelli di piccoli imprenditori, che il nostro giornale ha via via riportato a favore del sì e i sondaggi evidenziano il carattere trasversale delle adesioni al referendum, nel senso che una parte consistente di elettori del centrodestra o di aderenti a Cisl e Uil dichiarano il loro favore al Sì, dimostrando che a partire da una questione concreta è possibile scomporre i blocchi sociali e politici di riferimento.
Nel campo delle forze politiche il referendum ha guadagnato il pronunciamento favorevole della minoranza di sinistra dei Ds, del movimento dei "girotondini", della compagine di Di Pietro, mentre non passa giorno che esponenti di rilievo che fanno parte della maggioranza dei Ds dichiarano di votare Sì o almeno di andare a votare. Anche all'interno della Margherita si levano voci a favore del Sì, che speriamo acquistino in questa settimana più forza e maggiore ampiezza.
Insomma il cammino di questo referendum è contrassegnato da una continua aggregazione di forze, alcune delle quali persino impensabile. Certamente non possiamo accontentarci, anche perché può anche non bastare per la vittoria finale. I sondaggi sono estremamente confortanti per quanto riguarda la prevalenza del Sì sul No, ma indicano anche che la non conoscenza del problema è ancora molto diffusa, visto anche il vergognoso oscuramento mediatico messo in atto e che quindi la campagna astensionista può fare breccia. Come sempre dipende molto da noi. Ma non solo.
Il partito dei Ds riunirà nei prossimi giorni i suoi organismi dirigenti per decidere il comportamento di voto. La segreteria, per così dire monocolore, ha deciso per l'astensione - e sulla gravità di questa posizione concordo con lei - ma le posizioni nel corpo di quel partito sono tante e variegate. Vi è quella di Socialismo 2000, fin dal primo momento tra i promotori del referendum; vi è quella del cosiddetto correntone della sinistra che si è espresso per il Sì; vi è quella a favore del No della pattuglia dei liberal; vi è la posizione astensionista finora espressa dalla segreteria nazionale, verso la quale, peraltro, il presidente del partito D'Alema sembra mostrare una certa freddezza e un certo distacco, come appare anche dalle battute finali dell'impegnativa intervista rilasciata qualche giorno fa al nostro giornale.
Non è nostro costume interferire nelle decisioni di altre forze politiche, ma nel caso di una scelta necessariamente netta come quella a cui siamo chiamati nel referendum è possibile auspicare che la decisione fin qui assunta dalla segreteria possa essere modificata e che si orienti, questo è il nostro auspicio e il nostro appello, verso un "Sì tecnico". Ritengo questa scelta necessaria e possibile per diverse ragioni.
In primo luogo vi è una ragione, per così dire interna. Credo che tutti possiamo convenire che a un partito di quella rilevanza non giovi presentarsi con diverse e contrastanti posizioni, né limitarsi ad una non scelta, cioè alla libertà di voto, anche se questa sarebbe certamente migliore rispetto a quella dell'astensione. Mi pare perciò che, visto il pronunciamento delle forze in campo e il senso inequivocabile verso cui il referendum muove, la scelta migliore sia quella del Sì, motivato da ragioni tecniche che riguardano il rispetto della più vasta partecipazione possibile alla consultazione referendaria e il segnale in ogni caso più positivo della vittoria del Sì rispetto a ogni altro esito, senza che questa scelta comporti una modificazione di giudizio nei confronti dell'opportunità e del merito specifico del quesito referendario. Una scelta di questo genere unirebbe la gran parte di quel partito, escludendo solamente quella assai minoritaria pronunciatasi da subito e chiaramente per il No.
In secondo luogo vi è una ragione politica per così dire esterna al merito del quesito referendario, anche se ad essa connessa. Le recenti elezioni amministrative, e così ci auguriamo nei ballottaggi e in quelle che si terranno oggi, hanno dimostrato un calo evidente di consensi verso le destre e una certa ripresa delle forze di opposizione. Non è un risultato univoco ma questo è il segno prevalente. Questo risultato va solidificato. Il referendum fornisce una straordinaria occasione per farlo. Visto la scelta astensionista del governo e delle forze politiche e sociali che lo sorreggono, una scelta di partecipazione a favore del Sì è l'unica strada percorribile per un'opposizione che non perda occasione per contrastare l'avversario. Questa considerazione si impone tanto più dal momento che dai vertici dei Ds parte già un appello ad un referendum abrogativo del cosidetto lodo Maccanico che probabilmente verrà votato nei prossimi giorni alla Camera. Noi raccogliamo certamente questo appello, ma non si comprenderebbe perché sarebbe opportuno e lecito chiamare gli italiani al voto referendario per negare giustamente ad alcuni rappresentanti delle istituzioni l'immunità, mentre bisognerebbe lasciarli a casa quando sono in gioco i diritti di milioni di lavoatori.
In terzo luogo vi sono ragioni per così dire interne alla materia che il referendum investe. La vittoria del Sì non solo fornirebbe la tutela necessaria e reale contro i licenziamenti ingiusti ai lavoratori delle piccole imprese, ma avrebbe anche altri precisi effetti. Uno di questi è quello di svuotare di significato e di utilità la norma recentemente varata dalla legge 30 (di cui due giorni fa il Consiglio dei ministri ha varato il decreto attuativo) - e anche contro questa si è da più parti minacciata l'indizione di un referendum - che prevede la possibilità per una grande azienda di spezzettarsi in tante piccole unità, mantenendo unica la proprietà, all'unico scopo di aggirare l'applicazione dello statuto dei diritti dei lavoratori. Se infatti l'articolo 18 valesse per tutti questa manovra non offrirebbe più alcuna convenienza. Un altro è quello di fare cadere il disegno del governo di modificare in senso regressivo l'articolo 18, contenuto nel disegno di legge 848 bis. Questo infatti prevede che i nuovi assunti, anche nelle imprese di nuova costituzione, non vengano conteggiati proprio per non superare la soglia dei 15 dipendenti. Ma se questa venisse cancellata dal referendum l'intero impianto della legge governativa non starebbe più in piedi. Poiché contro questa si sono levate amplissime opposizioni, che portarono allo sciopero e alla grande manifestazione del 23 marzo e altrettante promesse di referendum abrogativo, e poiché questo non si potrà fare nei prossimi anni viste le scadenze elettorali già previste, l'unico modo di cancellarla è proprio quello di votare Sì il 15 e il 16 giugno. Anche chi ha dubbi o persino contrarietà all'estensione dell'articolo 18 a tutti, ma è altrettanto o di più contrario alla sua cancellazione per tutti, non dovrebbe avere dubbi a votare Sì. Sia pure un Sì tecnico, e sarebbe il benvenuto.
Infine i sondaggi ci indicano che la possibilità di vincere è concreta. Il raggiungimento del quorum si giocherà probabilmente su piccole quantità, con l'incognita del voto degli italiani all'estero, le cui modalità sono ancora incerte per non dire dubbie. Credo che fare fallire il raggiungimento del quorum e la conseguente vittoria del Sì magari per una manciata di voti dovuti alla sciagurata scelta dell'astensione sarebbe un vero e proprio suicidio per quelle forze della sinistra che la praticassero.

Fausto Bertinotti



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