Forum Altomesima Online - Il litruzzu a Dasà nel primo dopoguerra
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 Il litruzzu a Dasà nel primo dopoguerra
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Inserito il - 03 luglio 2014 : 12:33:32  Link diretto a questa discussione  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Admin Invia a Admin un Messaggio Privato Aggiungi Admin alla lista amici

Dipinto di Mike Arruzza


Il litruzzu a Dasà nel primo dopoguerra

Vi è stato un tempo non lontanissimo in cui l'olio d'oliva aveva un grande valore per il popolo calabrese. Aveva così tanto valore che gli appezzamenti d'ulivi migliori e di maggiore estensione erano, nei vari paesi, fermamente nelle mani di pochissimi latifondisti spesso facenti parte della nobiltà d'origine feudale. Nel mio paese Dasà ...
...
continua

Torino, 3 luglio 2014
Domenico Capano

Articolo completo: Il litruzzu a Dasà nel primo dopoguerra






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Inserito il - 06 luglio 2014 : 15:50:22  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Admin Invia a Admin un Messaggio Privato Aggiungi Admin alla lista amici
Riporto di seguito il lusinghiero, interessante e bel contributo di Michelangelo Natale postato oggi su facebook in merito al tema trattato nel mio scritto:

Per assaporare il tuo scritto, specie per chi come me ha vissuto quel periodo amaro che tu tanto magistralmente fotografi con dovizia di particolari, è necessario rileggerlo almeno un paio di volte. Infatti alla prima lettura, l'ho trovato sicuramente molto interessante e come normalmente avviene in questi casi, mi sono limitato ad esprimere il mio "mi piace" senza procedere ad alcun commento. Devo però confessarti che le tue considerazioni mi avevano lasciato uno stato di tristezza e di inquietudine che non riuscivo a spiegarmi e così questa mattina a mente serena sono andato a rileggermelo con calma. Ebbene Domenico tu non mi crederai, mentre scorrevo lo scritto vivevo e rivedevo le scene di un tempo; mi passavano per la mente immagini assopite e quasi dimenticate di intere famiglie che ancor prima del sorgere del sole, nel periodo della liberazione degli uliveti, si sparpagliavano a valle del paese, speranzosi di raccogliere qualche oliva verde o residua. E non lo facevano con l'esuberanza di quei bambini il cui unico scopo era quello di fare il "litruzzu" per guadagnare qualche lira da spendere per giochi e passatempi, ma lo facevano perché pressati dalla necessità, oserei dire dalla fame! "Li primi coccia", (N.d.R. Le prime olive) specie alla fine della stagione quando erano succose e un po' appassite, le mangiavano sul posto accompagnandole con quel misero tozzo di pane che tenevano gelosamente custodito in un panno pulito, poi le altre le mettevano in panieri o piccoli contenitori di fortuna per lo più di lamiera ed erravano nella campagna per intere giornate. I bambini nel loro cercare invocavano la buona sorte: "olivareja mia jettaminda nu cuocciu pe mia, jettaminda nu panaru ca su nu povaru cotraru". (N.d.R. Mio piccolo olivo gettami un'oliva per me, gettamene un paniere perché sono un povero fanciullo).
Il senso è chiaro e non credo necessiti di specifico commento!
Complimenti Domenico. Hai riportato alla luce uno spaccato della nostra vita non certo fortunato e proprio per questo non deve cadere nel dimenticatoio. Come già ebbi modo di dire per "Jamu a la funtana" di Ubaldo Dorè, ritengo che il tuo scritto, bello e pulito correlato da normative e leggi, dovrebbe essere oggetto di lezioni scolastiche per far capire ai nostri giovani, specie a quelli col nasino all'insù, che le sofferenze e le privazioni dei nostri antenati non sono stati vani, nella loro avversità non aspettavano le "svendite" di fine stagione per comprare il capo di abbigliamento firmato ad un prezzo ribassato, loro aspettavano quei pochi giorni di "liberalizzazione" dei campi per racimolare qualche oliva, qualche castagna, qualche spiga e qualche grappolo d'uva dopo la vendemmia, per sentirsi partecipi di un mondo che li voleva oppressi ed emarginati e che come scrive il grande scrittore e poeta Manzoni: "era follia sperar".






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goricapano
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Inserito il - 06 luglio 2014 : 22:18:55  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di goricapano Invia a goricapano un Messaggio Privato Aggiungi goricapano alla lista amici
Ciao Mimmo, complimenti per il bello articolo...mi hai fatto ricordare che avevo scritto qualcosa del genere tempo fa :-) te lo posto a mo' di contributo.

Il primo furto non si scorda mai

Nel periodo fra novembre e marzo l'attività prevalente del paese era, e lo è tuttora, la raccolta delle olive; oggi la forma è diversa, ci sono le reti che suppliscono alla raccolta a mano come si faceva ai miei tempi. Fin dall'età di sette otto anni si veniva coinvolti in questa attività a cui partecipava tutta la famiglia; era una delle fonti di sostentamento, ore ed ore con la schiena curva a raccogliere le olive una per una.
S'iniziava la mattina presto, spesso alle prime luci dell'alba, per terminare appena iniziava a fare buio; questo avveniva nei giorni in cui noi bambini non si andava a scuola, altrimenti era la nostra attività pomeridiana … altro che compiti scolastici!
La stagione terminava tra febbraio e marzo.
C'era l'usanza che, dopo aver portato alla macina l'ultimo carico di olive, il terreno di quel contadino veniva dichiarato "libero", cioè chiunque poteva andare a raccogliere le poche olive che ancora la pianta regalava.
Per noi bambini quella era la parte migliore della stagione; ci veniva data la possibilità di guadagnare qualche soldino andando a raccogliere queste olive libere vendendole a dei bottegai che a loro volta le rivendevano ai grossisti.
La raccolta delle olive era anche l'attività principale delle donne in quella stagione; esse venivano arruolate dai caporali, uomini di fiducia dei latifondisti, e portate sul posto a raccogliere le olive per l'intera giornata; le olive venivano raccolte nei panieri che, appena pieni, li svuotavano in dei sacchi di juta posti a 50-100 metri.
Spesso si andava in gruppo a fare u litruzzu, ci si faceva compagnia reciprocamente. Se capitava, si faceva incursione in territori non ancora liberi, e quindi pieni di olive, ma questo era un rischio...oltre che un furto.
Uno di quei pomeriggi eravamo in giro per le campagne, intenti alla nostra attività, quando ci troviamo vicino al terreno di uno di questi latifondi; non era tardi, tant'è che ancora c'erano le donne raccoglitrici; solitamente ci si allontanava in fretta da quei posti perché c'era il "guardiano" ma quella volta no… anzi, ci nascondemmo dietro ad un albero e notammo che si era creata una certa distanza fra il posto dove era tenuto il sacco pieno d'olive e le donne; il guardiano non c'era, "forse imboscato con qualcuna di loro", fatto sta che ci balena l'idea... perché non andare a riempirlo dal sacco il nostro piccolo panaro ( paniere)!?
Detto fatto, ci avviciniamo guatti guatti e oplà... in meno di un attimo il nostro contenitore era pieno!! Via di corsa, consapevoli di aver fatto una azione trasgressiva ma remunerativa, si va subito dal negoziante a incassare i soldini.
L'indomani, ancora euforici per l'impresa riuscita, si decide di riprovare, appuntamento al primo pomeriggio e via... riusciamo a fare il giochino per tre volte di seguito.
La negoziante, dall'alto della sua esperienza, sapeva del tempo che ci si impiegava a raccogliere un paniere di olive, così già alla seconda volta, vista la nostra rapidità, si è insospettita, donna Parma, e pensando che li rubavamo ai nostri genitori decise di avvertirli; questa era anche una forma rispetto oltre che di controllo.
Mia madre non ha avuto dubbi su quanto raccontato dalla commerciante e imbestialita per il gesto oltre che per il danno, presunto, subito mi viene ad acciuffare dandomi subito una manica di botte, u riestu a casa; il resto delle botte me li conservava per quando eravamo a casa; abbozzo una difesa verbale dicendole che le avevo raccolte nei campi; ma tra la parola di un bambino e la testimonianza della commerciante, la bilancia era tutta a favore suo. Del resto confessare la verità significava aggravare la situazione, si trattava sempre di un furto, ...mi trovavo fra l'incudine e il martello.
Le botte che mi diede la sera, prima di cena, furono davvero tante, ma dentro di me sapevo che la causa era infondata; il silenzio a volte parla più delle parole... non riuscì a mangiare nulla e rosso dai lividi me ne andai a letto, tutto accalorato per le botte prese.
Si confessa solo l'evidente, non il presumibile...da adulto ho riso per l'episodio con mia madre.




Il primo litruzzu non si scorda mai






 Regione Lombardia  ~ Città: milano  ~  Messaggi: 16  ~  Membro dal: 25 maggio 2008  ~  Ultima visita: 09 ottobre 2017 Torna all'inizio della Pagina

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Inserito il - 08 luglio 2014 : 14:54:12  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Admin Invia a Admin un Messaggio Privato Aggiungi Admin alla lista amici
Ciao Gori, e tante Grazie per il tuo contributo "Il primo litruzzu non si scorda mai".





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 Regione Piemonte  ~ Prov.: Torino  ~  Messaggi: 587  ~  Membro dal: 18 maggio 2008  ~  Ultima visita: 03 ottobre 2017 Torna all'inizio della Pagina

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Inserito il - 09 luglio 2014 : 21:46:20  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Admin Invia a Admin un Messaggio Privato Aggiungi Admin alla lista amici
Ubaldo Dorè ci invia questo suo commento-contributo alla discussione:

Commento su "Il litruzzu a Dasà nel primo dopoguerra"

Gori Capano, nel suo scritto "Il primo litruzzu non si scorda mai", ha raccontato le avventure o meglio le marachelle dei ragazzini di Dasà quando, terminata la raccolta delle olive, questa veniva dichiarata libera ossia, a disposizione di tutti. Così scrive: «per noi bambini quella era la parte migliore della stagione; ci veniva data la possibilità di guadagnare qualche soldino andando a raccogliere queste olive libere vendendole a dei bottegai che a loro volta le rivendevano ai grossisti».
Al lettore risulta molto divertente apprendere, dopo tanti anni, il palesamento dell'espediente, astuto ma non molto "onesto", al quale essi ricorrevano per assicurarsi, in breve tempo, una certa quantità di diversi "litruzzi" di olive da vendere.
Suscita pure grande ilarità il racconto del mio amico il quale ricordando quegli anni dice: «Ciccio e Domenico, che erano dei ragazzini molto robusti, sostavano sulla strada sotto il mio balcone "mignano" quando io, assenti i miei genitori, entrato in casa prendevo un sacco pieno di olive depositate nel "mignano", con molta fatica lo sollevavo e glielo buttavo sulle braccia che tenevano aperte. La storia si ripeteva più volte. Le olive le vendevo poi, compreso il sacco, a una donna, che veniva da fuori paese, alla quale non interessavano le modalità o le tecniche utilizzate per procurarmele e senza farsi molti scrupoli le pagava poche lire.»
Certo sono i ricordi gioiosi dei ragazzini di paese, vissuti in quel tempo che, per me, rappresenta solo lo spartiacque storico che segnò la fine di un'epoca.
Di quel tempo in cui non avevano più ragione di esistere certe consuetudini, anche se regolamentate, perché non vi era più la necessità.
Non c'era più l'esigenza da parte di nessuno di ricorrere, a Dasà, a Limpidi come in altre parti della Calabria, alla raccolta delle poche olive residue alla fine della campagna olearia, come sostentamento per la famiglia, non c'era più la necessità di ricorrere alla spigolatura per quelle quattro misere spighe di grano da abbrustolire sul fuoco la sera e dare così da mangiare, in mancanza del pane, il grano abbrustolito ai bambini e soprattutto non dovevano, finalmente, quei bambini, dei quali parla Michelangelo Natale, errare per le campagne a piedi nudi, coperti di stracci, invocando la buona sorte per quel pugno di olive: «olivareja mia jettaminda nu cuocciu pe mia, jettaminda nu panaru ca su nu povaru cotraru».
Erano venuti meno i presupposti che avevano tormentato i poveri e caratterizzato l'epoca trascorsa e sulla quale molto ci sarebbe da dire.
I latifondisti spesso facenti parte della nobiltà d'origine feudale etc ... il medico don Tizio, il barone don Caio, il farmacista don Sempronio a cui si aggiungevano dei don Tal dei Tali che avevano meritato sul campo etc, avevano perso la qualifica di "esclusivi possessori" e, non facevano ormai più parte del tempo di cui parla Gori Capano.
A questo aveva dato il suo contributo determinante l'emigrazione che aveva favorito l'entrata di quel denaro di cui Domenico Capano parla nel suo saggio "Il litruzzu a Dasà nel primo dopoguerra" dal quale trae origine anche questa mia breve considerazione.
Ai meno anziani il saggio di Domenico Capano può sembrare la rappresentazione di uno spaccato di vita paesana quasi recente ma tale, a mio modo di vedere, non è.


Ubaldo Dorè
Limpidi, 9 luglio 2014

Commento in versione pdf di Ubaldo Dorè su 'il litruzzu a Dasà nel primo dopoguerra'






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Inserito il - 13 luglio 2014 : 13:49:47  Link diretto a questa risposta  Mostra Profilo  Visita l'Homepage di Admin Invia a Admin un Messaggio Privato Aggiungi Admin alla lista amici
Il mini-saggio storico: 'Il litruzzu a Dasà nel primo dopoguerra' è stato pubblicato dal portale vibonesiamo.it assieme alle significative foto dei bei dipinti del maestro Mike Arruzza.







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